Curiosità a Monteu Roero
Una sezione dedicata alle curiosità, storie e leggende legate al nostro paese. Tutto quanto è di seguito esposto risulta documentato su libri storici presenti nella biblioteca storica della RESIDENZA D'EPOCA RELAIS CORTE DEI ROTARI, libera per ogni consultazione:

Di seguito sono illustrate delle proposte sempre nuove per il turista più esigente. In concomitanza con eventi o particolari ricorrenze saranno adattare apposite attività a tema
> Sentieri: "La Castagna Granda" "La fossa dei cinghiali"
> "I Ragazzi e le Api" parco culturale
forse non tutti sanno che:
- Federico Barbarossa con le sue truppe ha soggiornato nel castello di Monteu Roero nell'inverno del 1167-68
- Monteu Roero ha dato i natali al primo artista roerino documentato, il pittore Costanzo Pellerino della Bardonesca che lavorò per la chiesa albese di San Francesco. Purtroppo le sue opere sono andate distrutte ma la sua presenza resterà documentata grazie ai documenti e ricerche storiche del Prof. Walter Accigliaro di Alba
territorio teatro delle terribili vicende del Brigante DELPERO

CASCINA BELIS: dove nella metà del 1800 è stato compiuto un omicidio per mano del terribile bandito Francesco Delpero originario di Canale la cui storia è narrata nel libro di Milo Julini di Torino "IL TERRORE DEL ROERO".
Nel turbolento Piemonte, alla vigilia della Seconda Guerra d'Indipendenza, si svolge la breve disperata avventura di Francesco Delpero che evade dai lavori forzati di Genova dopo aver ucciso un sorvegliante: terrorizza con la sua banda il mandamento di Bra dove compie feroci rapine punteggiate da inutili crudeltà e disseminate di cadaveri di vecchi contadini, di ragazzini, di donne, persino di due carabinieri.
Catturato e processato, condannato a morte come colpevole di sette omicidi, Francesco Delpero, sulla forca ne confessa addirittura dodici: sarà ricordato nei racconti tradizionali della zona del Roero come un brigante che "rubava ai ricchi per dare ai poveri", protagonista di una morte esemplare.
Nella sera del 9 luglio 1857, gli abitanti di Monteu Roero vedono con sollievo allontanarsi dal loro paese due sconosciuti, di aspetto sinistro e dal modo di fare sospetto, che vi si sono aggirati per tutto il pomeriggio, soggiornando nell'osteria e nel caffè. Francesco Coraglia e Giacomo Siliano, due contadini del luogo, sono venuti a Monteu per fare provvista di sale e si imbattono nei due forestieri proprio nella bottega del tabaccaio dove uno dei due figuri è entrato per comprare dei sigari mentre l'altro lo aspetta fuori. I due contadini li guardano sospettosi ed uno manifesta al compagno il timore di un'aggressione.
È un presagio: poco dopo, alle ore dieci, tra Monteu Roero e Ceresole, i due contadini sono raggiunti dai due tipacci che dapprima chiedono loro dove siano diretti, poi estraggono le pistole e li derubano: prendono tre lire con la relativa borsa al Siliano e quattro lire al Coraglia. Il malfattore che deruba il Coraglia, appare incattivito, gli punta la pistola al volto e, con sguardo folle e feroce, gli dice : "Guai a te se ritieni ancora un soldo: per me, vedi, tanto fa l'uccidere te quanto un pollo!". E, con chiari scopi intimidatori, gli chiede se li conosca; Coraglia si affretta a rispondere di no.
Poi i due contadini, che si allontanano a passi veloci nella scura notte, sentono il rumore di una nuova aggressione, un diverbio tra aggredito e aggressore ("Non ho denari, li ho perduti al gioco" "Ne avessi perduti mille franchi, voglio i denari!"); poi due spari simultanei.
Coraglia e Siliano si recano a Canale per denunciare il fatto, danno l'allarme e ritornano sul luogo dell'aggressione con molti contadini. In un campo, dove le messi sono state raccolte in covoni, viene trovato il cadavere di un uomo anziano con gli abiti mezzo bruciacchiati. È quello del contadino Bartolomeo Bellis, di Monteu Roero.
Un luogo opportuno per gli assassini
Non vi sono dubbi per i primi inquirenti che i due figuri visti a Monteu Roero siano autori sia dell'aggressione ai due contadini che dell'uccisione efferata con scempio del cadavere del povero Bartolomeo Bellis.
I due forestieri sospetti hanno girato per Monteu senza eccessiva cautela e sono stati ben osservati. Così in base alle testimonianze delle due vittime, Coraglia e Siliano e degli altri testi, vengono fuori i seguenti connotati: uno era piccolo, magro, pallido e con i baffetti; il secondo-quello feroce- era di alta statura, con la faccia bruna e la barba nera; la sua voce era quella dell'aggressore del Bellis. Entrambi erano vestiti con giacche di fustagno alla cacciatora e quello con la barba portava un cappello basso di colore grigio; parevano avere armi nascoste. Così li descrive Remigio Poretto che li ha incontrati in paese e, alla sera, nell'osteria, dove il barbuto ha detto che era un piacere fare l'assassino in quei dintorni, ricchi di folti boschi. Margherita Conte, moglie di Biagio Nicolone, ostessa di Monteu, li ha visti nella sua osteria dove hanno chiesto un litro per poi arrivare ad un conto di tre lire; al momento di pagare, il barbuto le ha chiesto se avesse qualche commissione da affidargli per il figlio abitante a Racconigi, ma la donna ha detto di no. Vedendoli partire, un altro cliente, Giuseppe Aliberti, ha consigliato loro di desistere, perché in quei giorni vi erano state delle aggressioni e le strade erano mal sicure: i due hanno ribattuto di non avere paura. Il solito barbuto ha risposto: "Qui vicino ci sono dei boschi, si fugge dentro ed è bella e finita! E' un luogo opportuno per gli assassini" mentre l'altro ha raccontato che gli assassini avevano accecato d'un occhio suo padre.
Simone Gioda, "caffettiere" di Monteu Roero ha servito loro caffè poi rhum e gazeuse. Nel pagare il conto, si sono informati sulla distanza di Bra e sentendo il numero delle miglia, uno ha detto: "Oh! Allora si va in un paio d'ore!"; poi se ne sono andati. Il tabaccaio ("accensatore") di Monteu Roero ricorda che uno dei due forestieri è entrato nel suo negozio per comprare dei sigari, mentre il compagno aspettava fuori: contemporaneamente si trovavano in bottega anche Coraglia e Siliano.
La giustizia riscontra poi l'uccisione di Bartolomeo Bellis: sul suo cadavere, trovato in parte bruciato, i periti settori constatano parecchie lesioni su tutta la superficie corporea, bruciatura delle membra genitali, una profonda ferita da taglio sul mento, due ferite ai lati del collo causate da spari a breve distanza: quella di sinistra è stata poi allargata con un coltello ed è stata causa di morte immediata.
La vittima è stata derubata di quattro lire.
Il contadino Bartolomeo Bellis quella sera si recava a Canale per pagare alla locale guardia forestale una contravvenzione: suo figlio era stato infatti multato per pascolo abusivo. Quando il giovane viene a conoscenza della terribile morte del padre, straziato dai rimorsi, perde il lume della ragione e finisce al manicomio.
TERRITORIO OPPORTUNO PER BRIGANTI E BANDITI
18 luglio 1826
AMAJUOLO Matteo del vivente Pietro, del luogo di Monteu Roero, d'anni 30, statura oncie 38 circa, corporatura piuttosto sottile, fronte bassa, occhi, capelli e ciglia castano -oscure, naso affilato, bocca mediocre, mento oblungo, viso ovale e macilente, colorito bruno.Contumace ed inquisito
I°. Del furto di un così detto chirik del valore di lire 11 circa, commesso dal 9 al 10 ottobre 1824, sul fenile di Giuseppe Sibonu sito nel territorio di Monteu Roero, ed a pregiudicio di Lorenzo Tonasso.
2°. Del furto di lingerie, d'una piccola quantità di paste, ed alcuni pomi, dell'approssimativo valore in tutto di lire 30, oltre ad una pezza di tela nuova di rasi 38, commesso la notte 13 e 14 gennaio 1825, a pregiudicio della vedova Giodda nella di lei casa d'abitazione sita su detto territorio, essendosi introdotto in essa casa passando per una finestra, che trovavasi chiusa ed alta dal suolo oncie 20 circa.
3°. Del furto di 30 a 31 galline, del valore totale di lire 30, commesso sul finire di febbraio 1825 di notte tempo nella cascina sita sul territorio di Ceresole, ed a pregiudicio di Francesco Avalle, mediante sforzamento della serratura del pollajo ove trovavansi dette galline rinchiuse.
4°. Delle qualità di persona dedita all'ozio, alle osterie, al vagabondaggio e ad ogni sorta di furti, dato in nota nel verbale trimestrale del luogo di sua residenza, e già stato per furti ed insulto processato e condannato dalla soppressa Corte d'Appello già sedente in questa Capitale.
Galera per anni cinque, indennizzazione, spese, e dichiarato ecc…
Pubblicato il bando li 23 e 26 luglio ed 8 agosto 1826, come da relazioni autentiche Pavarino Segretario, Sansoldi Usciere, e Bordiglione Segretario Criminale.
TRATTO DA "NOTA DE' BANDITI,
che il reale Senato di Piemonte"
ha mandato descrivere nel primo e secondo catalogo
Dal primo gennaio a tutto dicembre 1826.

IL TESORO DEL CASTELLO
DI MONTEU ROERO
A Monteu Roero, l'antico monte Acuto, s'innalza, in posizione panoramica, un bel castello in cui, pur tra i vari rimaneggiamenti, si intravedono ancora le tracce della primitiva costruzione. La storia ci dice che esisteva già ai tempi di Federico Barbarossa. Il grande imperatore, nel 1152, si rifugiò qui per mettere a riparo le sue truppe dalla peste che già le aveva decimate. L'illustre dimora ha oggi perso le caratteristiche di fortificazione e colpisce per l'eleganza e per la linearità delle forme, appena interrotte da un fregio e da una torre che, unici ornamenti, ne movimentano le parti superiori. Il verde delle piante del parco fa da piacevole cornice all'intero fabbricato rosso.
Al castello è legato un curioso episodio. Si racconta che, non molti anni fa, il bibliotecario del barone di Winterman, riordinando dei libri, constatava come la parte superiore della rilegatura di un volume fosse circa il doppio della parte inferiore. Tagliata la pelle, dal nascondiglio uscì fuori un foglio di pergamena, che il tempo aveva ingiallito, e su cui erano annotati dei segni incomprensibili. Con l'aiuto fornito dalle indicazioni presenti nei testi di filosofie occulte, opportunamente analizzate da un professore universitario specializzato in materia, si trovò la chiave di lettura: saltò fuori la vicenda di alcuni Spagnoli che, mentre si ritiravano dal Monferrato, arrivati su una collinetta in vista del Po, dovettero cercare rifugio nei boschi e nascondere il bottino perché intercettati, da truppe nemiche. Il tesoro, perché di un vero e proprio tesoro si trattava, consisteva in sacchetti di monete d'oro e d'argento con intrecci d'angeli lavorati a sbalzo. Secondo la mappa, era stato sepolto tra quattro querce, una vecchia torre ed antiche mura su una collinetta prospiciente un paesino. Bisognava, sulla scorta di queste sommarie e piuttosto generiche indicazioni, determinare il luogo. Fu studiato il possibile percorso degli Spagnoli, la possibile provenienza del bottino -che fu attributo ad una abbazia del Monferrato -la geografia del corso del Po e quella delle vicine colline del Roero. Si concordò essere il luogo fortunato la torre di Monteu, che si richiamava a quella citata nel documento. I ricercatori iniziarono gli scavi, che furono ben presto interrotti, perché il Barone dovette trasferirsi per affari e, senza di lui, non si potè proseguire venendo meno i finanziamenti. L'antica torre del castello di Monteu Roero pertanto nasconde ancora gelosamente un tesoro che forse non vedrà la luce per molto tempo.
All'ombra del Monviso- Storie e leggende della Provincia Granda
di Lino Fogliato
MASCHE E STREGHE A MONTEU ROERO

"le masche" opera di Bartolomeo DELPERO
LA MESSA ROSSA
Monteu Roero si trova in una superba posizione panoramica su di un'altura tra i due versanti Po e Tanaro con una estesa zona boschiva; paese molto antico con leggende su streghe e masche che pare prosperassero in quella zona.
Forse qualcuno dei più anziani del luogo, si ricorderà per sentito dire, delle particolari cerimonie celebrate poco più di un centinaio di anni fa nei pressi della frazione di San Bernardo, da Enrichetta Migliero una donna di Alba trasferirsi a Torino.
Enrichetta era una donna attraente, si definiva una strega per vocazione; aveva un cuore di pietra, spietata, senza coscienza e senza un sentimento di umanità, rozza e volgare nel suo potere magico senza limiti, diabolica nella sua iniquità.
Nel 1855 aveva una sorta di studio nella capitale subalpina in via della Meridiana angolo corso del Re, attuale corso Vittorio, riceveva molte persone che acquistavano i suoi prodotti di bellezza e pozioni a base di erbe; non esitava quando lo si chiedeva, a preparare delle speciali misture che mandavano all'altro mondo mariti gelosi o imbarazzanti mogli e confezionare filtri amorosi di particolare efficacia.
Oltre ai filtri amorosi se qualcuno desiderava di possedere una donna e da questa non riamata, oppure un politico desiderava fare rapidamente carriera, Enrichetta lo consigliava di partecipare a segreti riti di Ecate, dea della stregoneria, della magia e protettrice dell'amore, donando una somma in oro, oppure in mancanza di monete, monili dell'aureo metallo.
Un giorno si presentò a lei una bellissima donna, Diana Nourisson, la riconobbe immediatamente come l'amante di un alto personaggio di corte e la scongiurò di fare qualche cosa per lei, non voleva perdere il suo munifico protettore, il colonnello conte Federico Airoldi, che da qualche tempo la trascurava per corteggiare la figlia di un banchiere.
Enrichetta intravvide l'opportunità di fare del denaro e di procurarsi nuovi clienti tra le persone vicine al sovrano, in special modo le dame, cui tutto quanto concerneva l'occulto con riti stregoneschi le attirava.
La strega spiegò che per ottenere quanto la giovane donna desiderava, doveva sottostare ad alcune regole di una cerimonia magica praticata nei tempi passati con varianti moderne, la Nourisson accettò senza esitare.
La notte della cerimonia e del rituale sacrificio, in una casa vicina alla frazione San Bernardo, si trovavano più persone, la casa era stata scelta da Enrichetta perché isolata e circondata da alberi, le pareti esterne ricoperte di edera la mascheravano e davano un qualche cosa di pauroso che teneva lontano i curiosi, tanto che veniva chiamata la <Casa del Mistero>; ora completamente ristrutturata ha perso quella grinta di misteriosità, si presenta civettuola e riposante.
Nella sala da pranzo trasformata in tempio, dalle pareti coperte di drappeggi rossi, doppieri con candele rosse che la illuminavano, nel mezzo un altare, la Nourisson passò con indifferenza fra i presenti, si spogliò lentamente e si distese sull'altare.
A quella particolare cerimonia magica intervenirono le contesse Vira Caresana e Virgilia d'Havrincourt, la baronessa Quilia Egriselles, il barone polacco Venceslao Bariatinski e altre note personalità, correva voce che la nota contessa Castiglione, dominatrice di forze occulte e sacerdotessa del culto druidico, presenziasse sovente ai riti e avesse fatto da altare vivente con il suo bellissimo corpo.
Poi apparve un uomo in paludamenti rossi che si avvicinò all'altare, si trattava del sacerdote che officiava lo strano rito, prese da un tavolino il libro delle preghiere, un grosso volume simile ad un messale e probabilmente si trattava del rituale, lo pose sul corpo nudo e recitò la seguente preghiera: "O mia sacra Ecate, ti imploro affinché l'amore di Federico sia per sempre rivolto a Diana e l'intima amicizia che lega i due continui per sempre, fa che la donna apparsa all'orizzonte di Federico si dimostri indifferente e questi sia sempre più legato a Diana".
Finita la preghiera apparve Enrichetta Migliero indossante una trasparente tunica rossa, tenendo in mano una gallina bianca come offerta per il rito, il sacerdote con un rapido colpo di una affilata roncola gli tagliò la testa, con il sangue lavò la Nourisson dicendo delle misteriose parole in linguaggio segreto, poi: "Sei consacrata a colui e colei che vogliono tutti schiavi d'amore, nuovi orizzonti si schiudono innanzi a te, ora fai parte della schiera di eletti".
Seguì la comunione, il calice e l'ostia vennero consacrati normalmente, le ostie erano rosse, tutti i presenti si accostarono allo strano sacramento con apparente fervore e religiosità, si ebbero delle preghiere recitate collettivamente e poi il rito ebbe termine con questa antica invocazione ad Ecate:
Eca, zodacare, Jad, goho.
Toryoda odo kikale quaa.
Zodocare od zodameram.
Zodarye Jape zodiredo Ol.
Noco Mada das Jadapiel.
Jlas Hoatahe Jaida.
In quel periodo molte donne si sottomisero alla cerimonia come altare vivente; esse desideravano assicurarsi il possesso di un facoltoso amante, oppure avere ricchezze e potenza.
Il rito alla dea Ecate, molto antico che alle volte comportava anche dei sacrifici umani era eseguito con il preciso scopo di liberare dei fluidi molto potenti capaci di portare amore e fortuna.
La cerimonia descritta si attua ai giorni nostri nel periodo di luna nuova, i drappeggi rossi ed i paludamenti degli officianti, hanno un loro significato, ricordare il colore del sangue, il grande agente simpatico della vita, il substrato animato della luce eterna vitale materializzata, il sottile veicolo tra il piano materiale e quello astrale.
Le candele rosse servono per i sortilegi d'amore; la parola sortilegio significa "legare le sorti altrui" e queste cerimonie e quella descritta servono per fissare l'astralità della persona sull'altare con l'amato.
Le parole dell'invocazione sono del mago elisabettiano Jon Dee, egli sosteneva che erano scritte in linguaggio enochiano e dettate dagli angeli, esse si sono dimostrate molto efficaci in cerimonie magiche celebrate alla presenza della regina Elisabetta e apprezzate da maghi e streghe.
Le ostie rosse, colorate con succo di ribes, avevano lo scopo di conferire una certa religiosità alla cerimonia allacciata alla dea della stregoneria e dell'amore.
Il sacrificio di una gallina bianca serviva, una volta spruzzato col sangue a purificare la donna ed a propiziarsi lo spirito di Ecate.
Questo rito che risale a tempi molto antichi, detto anche "Messa rossa" non è che una variante in meglio della "Messa nera" e come abbiamo accennato è ancora in uso ai giorni nostri in molte parti d'Europa.
TRATTO DAL LIBRO: "LE STREGHE A TORINO" di Maria Russo

la masca Fiorina di Montà d'Alba in una recente apparizione presso la cantina storica di Corte dei Rotari
LE "ROCHE" DI MONTEU
Vieni.
Prudente sia il passo
che conduce all'orrida soglia.
Abisso.
Terra che frana.
Pianta che luce implora
poi divelta
sprofonda
giù
dove l'occhio repugna.
Di larve un vermicaio.
Dantesca memoria.
Or basta.
Intorno lo sguardo volgi.
Vastità di luce e di spazi,
onda di verde e di terra, che si perde,
si stanca.
Vedi?
Laggiù
le colline di Pavese
la Langa.
Carlo Cocito (da "Miti, memorie e riti dalla mia terra")


